
"Quando si muore per strada si finisce con un chiasso orrendo intorno. Non è vero che si muore da soli.
Si finisce con facce che non si conoscono davanti al naso, persone che toccano gambe e braccia per capire se il corpo è già cadavere o vale la pena chiamare l'autoambulanza. Il viso dei feriti gravi, il volto delle persone che stanno per morire sembrano tutti accomunati dalla stessa paura. E dalla stessa vergogna. Sembra strano, ma un attimo prima di finire c'è come una specie di vergogna. Lo scuorno, dicono qui. Un po' come stare nudi tra la gente. La stessa sensazione avviene quando si è colpiti a morte per strada. Non mi sono mai abituato a vedere i morti ammazzati. Infermieri, poliziotti, tutti sono calmi, impassibili, fanno i loro gesti imparati a memoria chiunque abbiano avanti. "Abbiamo il callo sul cuore e il cuoio che fodera lo stomaco" mi ha detto un giovanissimo autista di auto mortuarie. Quando si arriva prima dell'autoambulanza è difficile staccare gli occhi dal ferito, anche se si vorrebbe non aver mai visto.
Mai compreso che quello è il modo in cui si muore. La prima volta che ho visto un morto ammazzato avrò avuto tredici anni. Mi ricordo quella giornata benissimo. Mi svegliai con un imbarazzo tremendo poiché dal pigiama, indossato senza mutande, penzolava una chiara erezione non voluta. Quella classica della mattina, impossibile da dissimulare. Mi ricordo quest'episodio perché mentre stavo andando a scuola m'imbattei in un cadavere nella mia stessa situazione. Eravamo in cinque, con gli zainoni carichi di libri. Avevano crivellato una Alfetta e sulla strada per la scuola ce la trovammo davanti. I miei compagni si catapultarono curiosissimi a guardare. Si vedevano i piedi in aria su sediolino. H più temerario tra noi chiese a un carabiniere come mai dove si poggia la testa ci fossero i piedi. Il carabiniere non esitò a rispondere, come se non si fosse accorto di quanti anni aveva il suo interlocutore.
"I colpi di pioggia l'hanno fatto capotare..."
Ero ragazzino, ma sapevo che colpi di pioggia significava colpi di mitra. Quel camorrista ne aveva presi talmente tanti che il corpo si era capovolto. Testa in giù e piedi all'aria. Poi i carabinieri aprirono lo sportello, il cadavere cadde a terra come un ghiacciolo squagliato. Noi guardavamo indisturbati, senza che nessuno ci dicesse che non era spettacolo per bambini. Senza nessuna mano morale che ci venisse a coprire gli occhi. Il morto aveva un'erezione. Dal jeans attillato si vedeva chiaramente. E la cosa mi sconvolse. Fissai la scena per moltissimo tempo. Per giorni pensai a come potesse essere accaduto. A cosa stesse pensando, cosa stesse facendo prima di morire. Riempii i miei pomeriggi cercando di ipotizzare cosa avesse in mente prima di crepare; fui tormentato sino a quando ebbi il coraggio di chiedere spiegazione e mi fu detto che l'erezione era una reazione comune nei cadaveri dei morti ammazzati. Quella mattina Linda, una ragazzina del nostro gruppo, appena vide il cadavere scivolare dalla portiera dell'auto, iniziò a piangere e si tirò dietro altri due ragazzi. Un pianto strozzato. Un giovane in borghese prese per i capelli il cadavere, gli sputò in faccia. E rivolgendosi a noi disse:
"No, e che piangete a fare? Questo era una chiavica, non è successo niente, va tutto bene. Non è
successo niente. Non piangete..."
Da allora, alle scene della polizia scientifica con i guanti che cammina con passo felpato, attenta a non spostare polvere e bossoli, non sono mai più riuscito a crederci. Quando arrivo vicino ai corpi prima delle autoambulanze e fisso gli ultimi momenti di vita di chi si sta accorgendo di morire, mi viene sempre in mente il finale di Cuore di tenebra, quando una donna chiede a Marlowe, ormai tornato in patria, dell'uomo che ha amato, chiede cos'ha detto Kurtz prima di morire. E Marlowe mente. Risponde che ha chiesto di lei, mentre in realtà non ha pronunciato nessuna parola dolce e nessun pensiero prezioso. Kurtz ha detto solo: "L'orrore". Si pensa che l'ultima parola pronunciata da un moribondo sia il suo pensiero ultimo, il più importante, quello fondamentale. Che si muoia pronunciando ciò per cui è valso la pena vivere. Non è così. Quando uno muore non viene fuori nulla, se non la paura. Tutti o quasi tutti ripetono la stessa frase, banale, semplice, immediata: "Non voglio morire". Facce che si sono sempre sovrapposte a quella di Kurtz, visi che esprimono lo strazio, lo schifo e il rifiuto di finire in modo orrendo, nel peggiore dei mondi possibili. Nell'orrore.
Dopo aver visto decine di morti ammazzati, imbrattati del loro sangue che si mescola allo sporco, esalanti odori nauseabondi, guardati con curiosità o indifferenza professionale, scansati come rifiuti pericolosi o commentati da urla convulse, ne ho ricavato una sola certezza, un pensiero tanto elementare che rasenta l'idiozia: la morte fa schifo."
Roberto Saviano - Gomorra, Mondadori, Milano 2006
per approfondire:
Wu Ming / Nandropausa su Gomorra.
Qui e
qui.
Tripletta su Gomorra in Nazione Indiana (blog in cui scrive anche Saviano).
Uno,
due e
tre.
Saviano in
Wikipedia (link a molti articoli)